Ricordo di Gabriele Pomilio, l’oro D’Abruzzo

La scomparsa del grande dirigente sportivo

PESCARA – Un main sponsor e una miriadi di medio-piccole realtà commerciali della città e dell’intera regione. Un’idea semplice e ampiamente battuta nel terzo millennio da grandi e piccole società sportive, ma Gabriele Pomilio, da bravo creativo nel campo della cosiddetta pubblicità (ha creato il logo di Pescara Jazz e il delfino che spicca nelle maglie della Pescara Calcio, oltre alla maglia a rombi quando Max Allegri giocava in biancazzurro agli ordini di Giovanni Galeone negli anni Novanta), l’idea la lancia nel 1977 quando il commendatore Pietro Scibilia, dopo i successi nel Roseto basket di Giovanni Giunco e  le vittorie di Roger de Vlaeminck e Giuseppe Saronni al Giro d’Italia, diventa main sponsor della Pallanuoto Pescara. Il connubio farà rumore non tanto e non solo per l’ingresso col marchio Gis Gelati ma per la trovata pubblicitaria che fa da corollario al matrimonio sportivo. Sulla tuta della squadra _ comprese i pantaloni e le maniche _ spiccano altri sponsor. Una delle due maniche della tuta è libera di etichette solo perché è lasciata la facoltà al singolo giocatore di trovarsi sostenitori personali così da arrotondare lo stipendio che non è certo da giocatore di calcio. Dall’Aurum, il liquore e la fabbrica immersa nei pini, creazioni di Amedeo sr (per distinguerlo da un altro protagonista di questa mirabolante avventura non solo sportiva, quell’Amedeo jr olimpionico di Barcellona ’92 e ora nello staff tecnico azzurro), il papà di Gabriele, Oscar e Vittorio, si passa all’Oro d’Abruzzo, la miriadi di aziende che faranno grande la pallanuoto pescarese e la riprova è data dalla cinquantina di cartelloni pubblicitari attorno e dentro la piscina olimpionica quando si giocavano partite di coppa e di campionato.

Ma andiamo con ordine nel raccontare come si sviluppa dalla fine dell’Ottocento fino al terzo millennio il genio dei Pomilio e come si saldano le mille imprese che prendono l’avvio all’epoca del Secolo Breve con lo sport.

Livio Pomilio, nato ad Ari e residente in una villa maestosa a fianco della Sirena a Francavilla al Mare (andata completamente distrutta quando i tedeschi minarono la cittadina di villeggiatura temendo attacchi degli Alleati dal mare alla fine del secondo conflitto mondiale )fu un insigne urbanista dell’età giolittiana e, lavorando per la Provincia di Chieti si rese protagonista del riassetto della rete viaria. Ebbe undici figli dalla moglie Giuseppina Cortese, originaria di Napoli. Mamma e padre ebbero una felice intuizione che connotò la vita dei figli una volta divenuti adulti: assecondare le propensioni verso arti e mestieri, inoltre ebbero il grosso merito di farli studiare all’estero. Un approccio inconsueto per l’epoca che dette i suoi frutti. Amedeo si laureò in Francia in economia ma non abbandonò la passione per le erbe, gli infusi e i liquori. La sua musa fu Caterina dei Medici, regina di Francia, che sdoganò i liquori, il cordiale, dalle abbazie per farlo diventare un segno di benvenuto e di rispetto per gli ospiti: quello che nel mondo contadino abruzzese fu “tradotto” come «lu cumpliment». Caterina dei Medici è immortalata in una nota pubblicità dell’Aurum, opera di Marcello Dudovich, il maggior cartellonista dell’epoca che avrà un lunghissimo sodalizio con Amedeo sr che lo premierà al termine della carriera con un riconoscimento dell’Associazione dei pubblicitari. Dudovich, una stella di prima grandezza nel settore, a Pescara ha realizzato un manifesto della Coppa Acerbo, la mitica corsa automobilistica. Dalle arance della Calabria e della Sicilia Amedeo sr tirò fuori l’Aurum nel 1914 ma solo nel 1923 mise in piedi nel kursaal della Pineta, dove i bagnanti nell’Ottocento andavano a rifocillarsi e a rilassarsi dopo una giornata di mare, la fabbrica di liquori. Nel frattempo segue il fratello Ottorino, ingegnere, e Corradino D’Ascanio, genio delle eliche, anche se è conosciuto per l’invenzione dell’elicottero e dello scooter Vespa, in America, a Dayton nei pressi di Indianapolis. Ottorino nel giro di poco tempo, una volta iniziato il primo conflitto mondiale e grazie a un master post laurea a Parigi si butta sulla costruzione degli aerei, La flotta italiana era formata da mezzi costruiti su licenza di marchi francesi. Allestisce a Torino una fabbrica di 30 ettari con annesso campo volo (dove avrebbe dovuto atterrare il Grande Torino di ritorno da Lisbona, conosciuto come il campo volo dell’aeroclub del capoluogo piemontese o campo volo dell’Alenia) sforna 300 aerei al giorno e ha oltre 1500 maestranze. Ma è un Pomilio, ragiona in grande, vende tutto all’Ansaldo e parte per gli States con il suo staff di tecnici di primissimo ordine capeggiati da D’Ascanio. Scrive un libro di circa 500 pagine nel 1918 «Come si costruiscono gli aerei», che nel 2008, viene ripubblicato negli States. E’ una sorta di Bibbia del volo. Amedeo sr pilota gli aerei del fratello, cade un paio di volte, si rompe una rotula che ogni volta che cambia il tempo gli darà spasmi fastidiosi per il resto dei suoi giorni. Ma la guerra finisce e con essa la domanda di aerei, nonostante i Pomilio abbiano evidenziato le potenzialità del mezzo per il trasporto della posta, dei passeggeri e in campo commerciale. Il rilancio dopo il volo di Lindbergh avverrà una decina di anni dopo, troppo tardi per un “absolute beginner” come Ottorino, ormai lnciato negli studi del volo oltre i 10mila metri.

A Napoli, il fratello Umberto metteva in piedi l’Elettrochimica Pomilio, produce cloro per le armi chimiche, con la fine del conflitto riconverte l’azienda dandogli una fisionomia ecologista molto in anticipo sui tempi. Dalla paglia e dallo sparto libico, tendenzialmente da materiali poveri di tutto il mondo, produce la carta avvalendosi del brevetto Giordani-Pomilio. Grazie anche agli aiuti di grandi personaggi come Raffaele Mattioli, abruzzese della marina, a capo della Banca Commerciale, apre cartiere a Foggia (passerà al Poligrafico dello Stato), a Chieti (La Celdit, l’acronimo sta per Cellulosa d’Italia) e un altro paio di centri italiani, si trasferirà in Argentina, si allargherà in Cile e poi in Francia, aprirà in Sudafrica (la Sappi nello Zululand), due aziende nel Kent, Indonesia, Algeria e altri paesi asiatici. Mussolini intervenne di persona per far aprire una fabbrica a Carrara in modo da assorbire gli scalpellini dell’Amiata falcidiati dal licenziamento[1].

L’estrema cura nelle confezioni oltre che nella qualità del prodotto: ilrosolio invecchiato svariati anni, le etichette di Celiberti, le bottiglie di Murano ispirati dai lacrimatoi pompeiani scivolati da qualche verso dell’Ars amatoria del poeta sulmonese Ovidio, i pacchetti natalizi con in dono “Le Novelle della Pescara” dell’amico Gabriele d’Annunzio, altro che le figurine della Perugina e la frenesia per quella del Feroce Saladino. Amedeo vola alto, costruisce una fabbrica pensando ai suoi operai che ci dovranno passare la maggior parte della giornata. Quel ferro di cavallo creato dall’architetto Giuseppe Michelucci (costruirà la stazione di Santa Maria Novella di Firenze) che va a incastrarsi al vecchio kursaal, vivrà di vita propria: gli ampi finestroni, i larghi spazi a beneficio degli operatori del liquorificio anticipano certi concetti sui luoghi di lavoro che solo nel  secondo Dopoguerra porterà avanti Adriano Olivetti. Ma alla fine degli anni Trenta, Amedeo Pomilio, concepisce la fabbrica come un tutt’uno con la città, non come un fortino da difendere ma anzi un’ambiente eternamente con le porte aperte all’arte in tutte le sue forme: vi dirigerà Toscanini, vi canterà Renata Tebaldi e vi reciterà Aroldo Tieri. Sarà un luogo non solo di fatica m anche di svago per i lavoranti e per l’intera cittadinanza. Sognava di realizzare un quartiere che avrebbe avuto il nome di Aromia per le sue maestranze. I dividendi li investiva prestando soldi a tasso agevolato per far comprare la casa ai suoi collaboratori, così chiamava le maestranze.

Viene naturale, con un padrino d’eccezione come il divino Gabbriele che chiudeva le sue lettere malinconiche raccomandandogli di «abbracciare i miei pini e il mio mare», non trascurare la cura del corpo.

Un’altra sfida che si manifesta all’indomani della caduta del fascismo che aveva puntato molto sull’efficienza fisica e sui primati sportivi come mezzo di propaganda e di potenza della nazione: Nuvolari e l’Alfa Romeo della scuderia Ferrari saranno per molti anni ai vertici dell’automobilismo con la vittoria al gp di Germania su Mercedes e Auto Union oltre che negli Stati Uniti nella Coppa Vandelbilt.

Ufficialmente l’esordio nello sport dei Pomilio è nel canottaggio con Vittorio nel 1949. Ma già in America negli anni Dieci i Pomilio intercettarono certe traiettorie che portavano ai record.

Secondo il prof. Gaetano Bonetta, nell’analizzare lo sport come “attività fisica sociale”, si evidenziano sette connotati nuovi e l’ultimo riguarda i record[2]: «E’ questa la tendenza prodotta dall’impulso alla quantificazione e dal desiderio di vincere che determina la mania ossessiva del primato ovvero di eccellere qui, ora e sempre». Ed ecco spiegati il record mondiale di velocità e altezza nei raid New York- Langley, i primi voli postali da Torino a Roma.

Lo stesso Amedeo sr non poteva escludere lo sport dalla visione che aveva dell’azienda e dei suoi collaboratori. Da una parte, tramite l’Unione Genti d’Abruzzo[3] , promuove l’introduzione dello sport nelle scuole, dall’altra organizza la società atletica Aurum, prima associazione sportiva di atletica “sponsorizzata” (l’unico precedente è il pastificio Puritas di Angelo Delfino, che insieme al cugino Celestino sostiene anche con la pubblicità sulle maglie la squadra di calcio del Pescara nei primi anni Trenta). Il sodalizio raccoglie i migliori atleti pescaresi – compreso il figlio Oscar – e alcuni collaboratori (leggi operai) della distilleria. Fino al 1952 (fino dunque allo strano licenziamento di Amedeo dalla sua azienda) ne sarà presidente l’ingegnere Giorgio Vicinelli, funzionario del liquorificio.

Non solo, dunque, apertura della fabbrica come luogo di socializzazione mediante spettacoli di prosa, opera lirica e concerti, ma anche una visione della vita lavorativa ed extra-lavorativa che contemplasse la cura del corpo attraverso l’attività sportiva.

Ormai la secolarizzazione dello sport si è compiuta. Non è più diviso fra discipline praticate dai ricchi e occasioni ludiche riservate alla classe operaia, ai meno abbienti, così come avvenne in Inghilterra durante la rivoluzione industriale. Sono venute meno le implicazioni religiose; cominciano casomai a farsi strada, ad altre latitudini altre problematiche, come il professionismo, e anche il mondo dei media è in via di varia evoluzione con l’avvento della televisione, che porterà alla globalizzazione del fenomeno sportivo e a una diversa fruizione dell’evento.

Quanto alle restrizioni religiose, chi non ricorda nel film Momenti di gloria la vicenda del velocista scozzese Eric Liddell, con un destino da missionario, che si rifiuta di correre di domenica? La sua storia si contrappone a quella dell’amico Harold Abrahams, velocista ebreo e suo avversario in pista: l’uno corre perché la sua attività fisica rende omaggio alla grandezza di Dio; l’altro per riscattare la sua condizione di ebreo all’interno della sussiegosa Cambridge, soffocata da mille pregiudizi. Ma c’è un altro elemento che scompagina e chiarisce l’avventura dei due alle Olimpiadi di Parigi del 1924. Abrahams ricorre a un allenatore professionista. Cade il penultimo velo sull’idea di sport che va maturando.

L’ultimo riguarda lo sponsor, che sostituisce il mecenate quale sostegno dello sport – e i Pomilio anche in questo campo saranno in prima fila.

Alla fine del disastroso secondo conflitto mondiale, ricollocare lo sport diventa difficile e provoca sospetti di revanscismo per il Ventennio. La ritrovata libertà stravolge «[…] gli abituali tempi del cambiamento e della routine sociale, di cui alcuni diventano più serrati, mentre altri subiscono una dilatazione insospettata. Fra questi, fra quelli che si espandono e per molti versi si arricchiscono, il tempo libero occupa un posto di primo piano. Esso, infatti, consolida la sua funzione e diventa ancor di più un luogo centrale dell’intero edificio sociale: la società di massa, più delle precedenti ha nel tempo libero un congegno vitale che ne assicura l’esistenza, il funzionamento e la riproduzione».[4]

Nuove forme di integrazione si sono venute concretizzando con l’industrializzazione e la crescita urbana e il “la” era arrivato da Gabriele d’Annunzio, al pari di Tommaso Marinetti profeta della Modernità nella sonnacchiosa Italia post unitaria. I due si incontrarono per la prima volta a Pescara nel 1897.[5] Il 34enne poeta tiene un comizio nella campagna elettorale che lo porterà al Parlamento: «La macchina – dice – farà le veci delle braccia dell’uomo affrancandolo dalla fatica e rendendolo libero»[6]. Ad assistere al comizio c’è il giovane padre del Futurismo, che giudica la performance del poeta «spettacolo di una stupenda Modernità […]. D’Annunzio predica l’imminenza di un nuovo Rinascimento all’insegna della Modernità».[7]

L’automobile e l’aereo sono i segnali di Modernità per Marinetti. D’Annunzio è più avanti, da tempo[8] raggiunge con la sua Torpedo la Versilia, che elegge a luogo di villeggiatura. Scrive Annamaria Andreoli:

 

Con la vacanza a tutti è consentito di recuperare il paradiso perduto, “la favola bella che illude” quando l’abbronzatura si affranca del lavoro manuale per testimoniare se mai un’altra: quella dell’ameno esercizio fisico[9].

 

D’Annunzio, che amava definirsi “remo da bratto”, fu il fondatore, insieme al cognato Antonino Liberi, del circolo canottieri “la Pescara” a metà degli anni Venti e i pionieri del glorioso sodalizio puntarono subito in alto, a un’impresa che ha i contorni leggendari. Con un armo a otto vogatori si allenarono a lungo per raggiungere Gardone, risalendo l’Adriatico, il Po e il Mincio unico emissario. Non se ne fece nulla, ma già l’idea di un’impresa così clamorosa dà la misura dell’adorazione per D’Annunzio  da parte dei suoi concittadini. Il piccolo borgo di pescatori già allora amava esibirsi, pensare in grande. Il poeta non si era lasciato sfuggire l’occasione, nella veste di presidente onorario, di coniare il motto del sodalizio sportivo: “arranca sotto”, dedicato ai vogatori della Pescara e alla Pescara dei vogatori.

Nell’immediato Dopoguerra è qui che Vittorio si mette alla prova con un equipaggio “quattro con” (quattro vogatori con timoniere), che disputò e vinse numerose gare a livello nazionale contro l’armo della temibile Stamura Ancona. L’armo comprendeva Evandro Gualtieri, Annibale Budini, Piero e Sergio Cognigni e il timoniere Checchino Vacri.

«Muovetevi, che lo sport fa bene. Vi fa capire che chi lavora ottiene, chi non lavora non ottiene» amava ripetere Amedeo sr ai suoi tre figli. Un atteggiamento in controtendenza per l’epoca. Se è vero che la scoperta del tempo libero che affranca dal lavoro è scoperta recente, è altrettanto vero che a scuola non è visto di buon grado il tempo che si “perde” nello sport. Reazione all’esercizio fisico propagandistico del passato regime? Amedeo sr segue il suo mentore d’Annunzio, ma a modo suo: lo sport come scuola di vita. E allora Oscar primeggia nei 100 metri piani, conquistando il titolo regionale. Vittorio, oltre al canottaggio, pratica dai salesiani la pallacanestro insieme a Gabriele. Sport minori, sport che si affacciano alla ribalta cittadina da pochi decenni. La prima esibizione di pallacanestro a Pescara risale al 1933, teatro il campo Rampigna. [10]

Conseguita la maturità classica, Vittorio è chiamato a una scelta. Abbandonerà il canottaggio e privilegerà la pallacanestro. Durante il secondo anno di università giocherà con un club di Pescara in serie C. Poi passerà al Chieti in serie B, ma il salto di categoria richiede maggiore impegno che mal si concilia con gli studi che svolge a Roma. È Gianfranco Bersani, ex Virtus Bologna e ora allenatore del Chieti Basket, a trovare la soluzione: Vittorio nel corso della settimana va ad allenarsi con la gloriosa Stella Azzurra Roma. È il 1952, la società nata nel collegio San Giuseppe-istituto De Merode crede nelle qualità di Vittorio e lo ingaggia di lì a poco. Il glorioso sodalizio sportivo, che ha sfornato campioni come Andrea Bargnani, allenatori come Valerio Bianchini e atleti e poi dirigenti come Giovanni Malagò ora al vertice del Coni, sarà la casa sportiva di Vittorio fino al 1960, anno delle Olimpiadi di Roma. Il giovane cestista dimostra di aver imparato la lezione di papà Amedeo. Mentre i compagni fanno baldoria in treno al ritorno da una trasferta vittoriosa, lui si astrae immerso nei libri di analisi matematica e consegue la laurea in ingegneria. Sono gli anni bui per Amedeo, sfrattato dall’Aurum dai nuovi soci. Vittorio si mette in luce all’Arena Quattro Palme di Roseto nel magico torneo “Lido delle Rose” che fungerà da vetrina per i primi americani a sbarcare nel campionato italiano e per i giganti dell’est europeo. Dal 1957 (esordio a Barcellona contro la Spagna, una città emblematica della storia sportiva dei Pomilio) è in Nazionale dove colleziona 19 presenze, si trova davanti a un altro bivio esistenziale: rinuncia ai Giochi e sceglie, a 27 anni, la professione di ingegnere. Va in Calabria dove si sta realizzando il raddoppio della ferrovia di Reggio.

L’amore per il basket non era tramontato definitivamente. Riesplode con la nascita della Libertas Aterno Pescara Basket di Ciro Quaranta, che si gioca ad Osimo la promozione in serie C. Siamo nel 1965 e Vittorio viene richiamato dagli Stati Uniti, dove si trova per impegni di lavoro: scende in campo senza neppure un allenamento e si rivela miglior realizzatore. [11]  Ecco il tabellino del Pescara: Bernardi 5, Briolini 5, Baldassarre 3, Ricotta 13, Traisci 1, Giammarco, Cantatore, Bracone, D’Annunzio, Pomilio 20. Si gioca al campo del Dopolavoro ferroviario, ma di lì a poco nasce il nuovo teatro dei sogni, il campo del parco Florido con le tribune in tubi Innocenti. È basket mania, la mattina i pescaresi rinunciano alla passeggiata domenicale per il corso alla quale, come racconta Flaiano, non avevano rinunciato neppure nel 1945. Fra le macerie.

Un’escalation di risultati e di promozioni fino alla A2, l’anticamera del grande basket nazionale. Vittorio è la chioccia attorno alla quale maturano i vari Ferretti, Lestini, Manuli, Masciarelli e Ceresano. Dalla stagione 1970/71 per sei volte la Max Meyer (così si chiamava in quelle stagioni il Pescara basket) si fa valere in serie B. Nel 1973 Vittorio smette di giocare, ma la sua mission l’ha portata a termine. Lavoro di giorno e sport la sera in mezzo ai ragazzi, l’impegno del vecchio campione è di esempio per i più giovani. E poi, il cestista pescarese più famoso trova casa alla Max Meyer. Prepara un progetto per il palazzetto che non c’è, convince il sindaco Giustino De Cecco ad appoggiare il progetto, ottiene che un’impresa lavori a credito per edificare quello che è conosciuto come il Capannone. E poi lascia la società, non riscontrando la possibilità di esercitare il potere decisionale.

Ma non è finito il feeling con il canestro: Giovanni Stante lo richiama al ruolo di dirigente nella sua Marty, la squadra femminile che nella stagione 1976/77, guidata in panchina da Marcello Perazzetti, torna in serie A. Tra le giocatrici c’è una giovanissima Amalia Pomilio, conosciuta come Malì. Con Maria Vittoria ed Enzo raccoglie il testimone sportivo di papà Vittorio. Enzo alterna gli studi di ingegneria a Bologna con la partecipazione a campionati minori di basket con una delle tante società di Basket City. Maria Vittoria gioca a Pescara fino al 1985 e a seguito della retrocessione va a giocare a Chieti, dopo un infortunio a un ginocchio lascia, a soli 22 anni, una promettente carriera. Malì, la sorella maggiore,  esordisce nel 1977 con la Marty in serie A, In estate è già agli Europei con la maglia azzurra. Marcello Perazzetti era l’allenatore di quella prima squadra da serie A. Ne facevano parte Palombarini, Stefania Mariotti, Mezzanotte, Perugini, Daniela e Fabrizia D’Ambrosio. Per tre stagioni si restò nella massima serie. Poi lo scivolamento in A2 con lo sdoppiamento del campionato, che limitò i posti nella massima serie. Poi il pronto ritorno in A1 con il nome Varta. Durò dal 1981 al 1986, anno dell’ultima apparizione nella massima serie. Anni magici per lo sport pescarese. La Gazzetta dello sport dedicò un paginone a Pescara, che poteva annoverare in ogni disciplina che si praticava a squadre un team da serie A. Lo sport di massa aveva sfondato in riva all’Adriatico, complice la televisione. [12] Protagonista, oltre agli atleti, anche il pubblico. Gli anni Ottanta segnano anche l’intrusione degli sponsor e i Pomilio anche in questo campo saranno degli iniziatori assoluti.

Dopo quella retrocessione, Malì passa nel 1986 alla Primigi Vicenza, dove conquista due scudetti e due coppe europee. Con la maglia azzurra sarà agli Europei dal 1983 al 1989, prende parte anche alle qualificazioni olimpiche dal 1984 al 1988 incrociando a distanza i destini sportivi con il cugino Amedeo, che sarà medaglia d’oro della pallanuoto nella drammatica e lunghissima finale a Barcellona 92. Ma c’è anche una quarta generazione dei Pomilio che si sta mettendo in luce nella pallacanestro, cresciuti sotto le insegne delle “V nere”, come in gergo viene chiamata la Virtus di Bologna: Luca e Simone Fontecchio. Entrambi considerati grandi promesse del basket italiano, figli di Malì e del campione olimpionico dei 110 hs Daniele Fontecchio.

Gabriele Pomilio ha suggellato il rapporto fra Pescara e il mare. Un rapporto con l’acqua complesso e straniante. Gabriele, nella doppia veste di creativo e sportivo l’acqua l’ha vissuta in ben altro modo.

Quando ha cominciato con la pallanuoto si poteva giocare solo in mare, nello specchio d’acqua antistante lo stabilimento Alcione (nomen omen) con l’allenatore Tonino D’Ercole che seguiva gli allenamenti in pattino. È il 1953, nasce la Pescara Nuoto, Lino Vizioli è il presidente. Inizi difficili, solo batoste, ma la trimurti che creerà dal nulla la Juventus delle piscine è già in piena attività: Gabriele, Carlo Prandstraller e Luciano Bonnici. Nella rosa c’è anche il fratello Oscar con il quale dividerà per un certo tempo l’esperienza in campo pubblicitario.

Dopo la laurea in Giurisprudenza a Ferrara, consegue a Roma il diploma in Grafica pubblicitaria presso l’Istituto Maria Adelaide. Torna in piscina nel Civitavecchia che milita in serie B. Fa molta panchina – all’epoca non c’erano i cambi – ma questo non gli impedisce di venire ingaggiato dalla Roma Nuoto. In panchina siede Cesare Rubini detto il Principe. Nazionale di pallanuoto e basket, con la palla a spicchi vince cinque scudetti da giocatore e dieci di allenatore della Olimpia Milano che in pratica ha creato dal nulla. In piscina non è da meno: l’oro come giocatore alle Olimpiadi del 1948, il bronzo a Melbourne 1956, l’oro agli Europei di Montecarlo 1947 e il bronzo agli Europei di Torino 1954. Si aggiudica poi sei scudetti da giocatore e tecnico fra il 1945 e il 1958.

Una scuola di vita applicata allo sport per il giovane Gabriele, ma anche l’occasione di tante zingarate nella via Veneto della Dolce Vita con il compagno di squadra Carlo Pederzoli, che ha conosciuto la notorietà sul grande schermo col nome di Bud Spencer. «Carletto conosceva un meccanico di Vincenzo Malagò, il padre del presidente del Coni – racconta Gabriele –  che all’epoca era concessionario della Cadillac. Alla fine degli allenamenti ci portava una di queste splendide auto americane a Porta Pinciana e noi con il cambio a folle scendevamo per via Veneto fino a piazza Barberini con la capote abbassata. Soldi per la benzina non c’erano proprio, ma riuscivamo lo stesso a fare presa sulle ragazze. Poi, una volta riconsegnata l’auto al meccanico, risalivamo verso via Veneto a incassare il successo per la passata in Cadillac».

Resta alla Roma Nuoto fino al 1961. Poi dal 1963 al 1966 si impegna nel Gruppo Pomilio Italia, azienda di rappresentanza di prodotti alimentari, industriali e di servizi alle imprese, tra le quali Parmalat, Motta e Birra Moretti.

Nel 1967 nasce Pomilio Idee, prima agenzia di pubblicità e marketing in Abruzzo. Il primo mattone alla scalata al cielo è il raggiungimento della serie C nel 1972, ci vogliono cinque anni per l’ulteriore salto in serie B e il merito a livello tecnico va all’allenatore slavo Ivo Bucevic, arrivato nel 1973. Preparatore atletico è Mario Bernardi compagno di squadra di Vittorio Pomilio nelle battaglie cestistiche al parco Florida.

È il 1974 e il mondo dello sport è cambiato radicalmente. Non ci sono più i mecenati alla Giacomo Acerbo, che si incarica di garantire una carriera ciclistica a Nicolino Di Biase, primo abruzzese al Giro d’Italia negli anni Venti, peraltro con la prestigiosa maglia della Bianchi. Scrive Luciano Russi: «Appare chiaro come, ancor più dopo l’avvento delle trasmissioni a colori delle olimpiadi di Monaco 72, lo sport si avvii a diventare una forma autonoma comunicativa «per eccellenza, il linguaggio universalistico e globale di una società secolarizzata. L’industria sportiva, dal canto suo, comprende di potersi fare pubblicità in televisione e su gli altri mezzi senza perdere ma, anzi, guadagnando. Le riprese televisive hanno accresciuto il valore commerciale degli avvenimenti sportivi e quindi diventa appetibile “esserci”. D’altra parte la pubblicità sportiva di marche e prodotti era stata la prima a affermarsi nel mondo imprenditoriale tra fine Ottocento e primo Novecento, mentre la pubblicità delle corse verrà dopo la Grande Guerra. Gli anni Ottanta registrano l’avvento massiccio degli sponsor nel mondo sportivo. A gestire l’immagine dei protagonisti provvedono le multinazionali d’intermediazione che vedono la possibilità mediatica di omologare linguaggio sportivo e linguaggio spottivo, nel senso di sovrapporre (e identificare) i video al campo di gara. Spot e slogan (parola di origine gaelica con il significato originario di “grido di guerra”) diventano i protagonisti della gara dentro il video e dentro lo stadio». [13]

Quello che Luciano Russi, rettore dell’università di Teramo e inventore della prima facoltà per dirigenti sportivi, va codificando dal 2003, Gabriele lo intuisce quando si trova davanti il problema dei maggiori costi e della realizzazione di quanto si è prefisso: portare Pescara sul tetto del mondo pallanuotistico. La svolta arriva nel 1977 con l’ingaggio di Geppino D’Altrui alla guida tecnica. Il tocco in più è ancora di Gabriele che porta, come si usa dire ora, come main sponsor la Gis di Pietro Scibilia, che quell’anno spicca sulle maglie del Roseto Basket di Ginoble, De Simone e Ciafardoni, presidente il grande Giovanni Giunco; e la squadra di ciclismo che annovererà negli anni a venire campioni del calibro di Bitossi, de Vlaeminck, Saronni e Moser.

Ma non è tutto, Gabriele tappezza letteralmente di sponsor minori la tuta dei suoi atleti, lasciando agli stessi la manica sinistra dove apporre sponsor che avrebbe trovato personalmente ciascun giocatore. Una pratica ora abituale non solo sulle tute, ma anche sulle magliette di ciclisti e pallavolisti. Anche il calcio è entrato nell’ordine d’idee dello sponsor plurimo. In Sud America è diffuso da decenni. A Pescara fece scandalo, fuori regione fece notizia. La società si spaccò, nacque la Cari Pescara pallanuoto. Grazie a quella trovata, complice il versante creativo dell’immaginifico Gabriele, arrivò Eraldo Pizzo: il Caimano della pallanuoto pescarese alzò il tasso tecnico, si rivelò un utile promoter per il neonato Centro pallanuoto delle Naiadi.

Nel 1978 arriva la prima promozione in serie A, l’anno successivo il primo scudetto, nella categoria allievi, conquistato fra gli altri da Enrico Mundula, Franco Di Fulvio e dal figlio di Geppino D’Altrui, Marco. Quest’ultimo viene subito convocato in nazionale (a 19 anni nei Giochi del Mediterraneo di Casablanca ’83), divenendo il più giovane atleta che abbia mai indossato la calottina azzurra, con cui conquisterà l’oro olimpico e mondiale.

L’anno della svolta è il 1985. Arriva Manuele Estiarte, che già chiamano il Maradona della pallanuoto. Inizia una sequela di trionfi che varrà alla Pallanuoto Pescara l’etichetta di Juventus delle piscine: Coppa Italia nell’85, il primo scudetto nel 1987,  il 27 novembre il titolo di campione d’Europa, e a Zurigo la Supercoppa a spese del rivale di sempre: il Posillipo. Nel 1988 la seconda coppa Italia, e subito dopo la Coppa delle Coppe che verrà bissata nel 1992 e nel 1993. Arriva nel 1996 l’unico trofeo europeo che manca nella bacheca biancazzurra, la coppa LEN 1996. Nel biennio 1997-98, il secondo  e il terzoscudetto. Ultima perla del Gabriele dirigente è la conquista della medaglia d’oro da parte del Settebello azzurro alle olimpiadi di Barcellona nel 1992.

Nella lunga gestione di Gabriele un ruolo fondamentale avevano gli sponsor, non solo per il suo impegno nella pubblicità. La Sisley (leggi Benetton) ebbe un ruolo decennale nelle fortune della squadra. Gabriele per far quadrare i conti apriva le Naiadi a una miriade di piccoli “inserzionisti” locali che contornavano la piscina olimpionica e che galleggiavano anche nell’acqua non adibita ad area di gioco. Si arrivò a oltre 50 piccoli sponsor.

Non mancarono le operazioni di marketing. Quando la squadra assunse il nome di Mall non era ancora sorto l’omonimo centro commerciale in Val Pescara. Il marchio, senza che gli venisse associato un prodotto (in questo caso un centro commerciale) era entrato già nelle orecchie della gente. Una grande trovata che riconferma quanto fosse avanti Gabriele per una realtà – quella abruzzese – eternamente indietro rispetto alle dinamiche economiche e di marketing del momento. Sarà l’atavica diffidenza di carattere dell’abruzzese, o la scarsità di imprese di dimensioni nazionali, resta il fatto che in tutti i campi si fa una fatica improba nel convincere un’azienda ad associare il suo nome a uno sport, a una squadra.

Da osservatore e narratore dell’evento sportivo, di cui era un surrogato, il medium televisivo è diventato, con la moltiplicazione dei punti di osservazione e delle tecniche di ripresa, prima l’interprete, e infine, con l’accettazione delle esigenze pubblicitarie, il dominus mediatore e regolatore. C’è bisogno di trasformare l’atleta in eroe, non più divino (come per i greci) ma “divo” che, emerso dall’anonimità della massa, si dà in pasto allo spettatore che così crede di essere diventato sportivo».

Era stato d’Annunzio a dare all’atleta la dimensione di eroe moderno, come lo stesso Russi ricorda:

 

Per questi nuovi eroi non si tratta tanto di sfidare la morte con la velocità, quanto di concepire le avventure (umane, amorose, sportive) come spostamenti moderni, più che superomistici, dei limiti.[14]

 

Nascono i primi campioni all’inizio del Novecento che riescono a colpire l’immaginario collettivo.

È l’inizio di un processo che negli anni Novanta si blocca in Abruzzo per mancanza di sponsor di alto profilo capaci di cogliere l’importanza del connubio sport-azienda. Ormai il rapporto è ribaltato fra media e sport. «In realtà attraverso i media lo spettatore ammira se stesso, così come attraverso i consumatori spettatori i media alimentano il loro stesso “esserci»[15].

 

Il matrimonio fra comunicazione e sport diventa un’indissolubile triangolo amoroso: a loro si è aggiunto lo sponsor (dal latino spondere, che significa garantire, promettere, obbligare) che li fa dialogare anche secondo le sue esigenze[16].

 

Il pericolo è che prevalga il dettame “the show must go on”, ma in riva all’Adriatico tutto si è fermato, non ha funzionato soprattutto il matrimonio con lo sponsor. Stancamente a cadenza decennale la squadra di calcio ha un’impennata dannunziana, mette a segno un’impresa eroica e inaspettata, per precipitare di nuovo nell’anonimato.

E l’immaginifico Gabriele anche nel calcio lascia il segno. Diventa consulente di immagini per le squadre di calcio del Pescara, del Chieti e del Francavilla; poi passa al basket maschile (Pescara in A2,  Roseto in B) e al basket femminile (Pescara in A1 e Chieti in A2), quindi la pallavolo (Fip), il beach volley, l’automobilismo (Rally d’Abruzzo, Svolte di Popoli), il football americano (Crabs).

C’è infine un versante più spiccatamente creativo applicato allo sport, che riguarda la squadra di calcio del Pescara e il mentore Gabriele d’Annunzio. Fu il poeta soldato nel 1920 durante l’impresa di Fiume a inventarsi lo scudetto tricolore che poi è  finito sulle maglie della Nazionale con l’avvento della Repubblica e dei vincitori dei campionati di serie A. La maglia azzurra con lo scudetto – che la terminologia araldica definisce sannitico antico – fu indossata dai fiumani per la prima volta il 9 febbraio 1920 per l’incontro con gli azzurri con la croce bianca dei Savoia in campo rosso composta da legionari, arditi, marinai, avventurieri giunti da tutta Europa. Quel triangolo tricolore doveva legare simbolicamente la gente di Fiume all’Italia.[17] Di quell’impresa per reclamare come italiana l’Istria, soffocata nel sangue, ci rimane quello scudetto e la Carta del Carnaro, una delle costituzioni più moderne del Novecento, che tra l’altro preconizzava che fosse garantita “l’educazione  corporea a uomini e donne”.

Lo sportivo dell’anno 1921 per il volo su Vienna è fatale che diventi un simbolo per uno che si chiama Gabriele in suo onore e che adora lo sport. È altrettanto naturale che negli anni Settanta inventi lo scudetto del Pescara con il Delfino che salta nell’acqua e che l’acqua fatalmente c’entri parecchio nell’ispirazione. «Lo stemma della squadra di calcio – ricorda Gabriele – lo cominciai a pensare in mare. Avevo portato la squadra appena promossa in serie B, se non ricordo male, a fare un giro sul peschereccio di un pescatore che conoscevo e nel corso della navigazione al largo vidi tanti delfini. D’altronde, prima del secondo conflitto mondiale, ce n’erano tantissimi nell’Adriatico e non era infrequente dalla riva godere dei loro salti fuori dall’acqua».

A chiudere il cerchio – come dice lo stesso Gabriele – arriva il pallone di Maradona. Aveva cominciato a fare sport con il calcio e finisce con il pallone intitolato al giocatore più forte di tutti i tempi. «Mi ero buttato nel pallone non solo col Pescara. Emidio Luciani, presidente del Francavilla, quando la squadra andò a giocare la Coppa Italia, volle che gli disegnassi le maglie e vennero fuori quei rombi, ripresi anche nelle maglie del Pescara di Allegri che riecheggiavano le bandiere del Palio di Siena. Nicola Raccuglia, ex giocatore del Pescara e titolare dell’azienda di articoli sportivi Ennerre, sponsor tecnico del Napoli, mi incaricò di fare il pallone di Maradona, un pallone che nei colori, nelle parti pentagonali ed esagonali che lo componevano, venisse accostato al campione argentino e alla squadra di club alla quale apparteneva. Ora è la Lega che sceglie il pallone per la stagione calcistica. Allora ogni squadra, tramite lo sponsor, scendeva in campo con il proprio pallone per disputare il match. Mi costò enorme fatica disegnarlo ma non se ne fece nulla. O meglio: Raccuglia vendette l’azienda alla Pantofola d’oro e del pallone non seppi più nulla. Poi venni a sapere che tre studi legali tedeschi erano stati allertati dalla Puma per il riconoscimento della proprietà del progetto. All’aeroporto di New York vidi che il mio pallone era stato messo in vendita. Il proprietario del negozio si mostrò costernato per lo sviluppo della vicenda. Mi confessò che gli era giunto da Taiwan e mi mandò 50 palloni da calcetto. Ai Mondiali di Francia diventò con l’Adidas il pallone ufficiale della manifestazione».

 

 

 

 

 


[1] L’intera saga dei Pomilio in, Paolo Smoglica, Le ali della creatività, i Pomilio una storia imprenditoriale dall’aeronautica alla comunicazione, Rubettino editore, Soveria Mannelli, 2013.

[2] Gaetano Bonetta, IL secolo dei ludi, edizioni Lancillotto e Nausica, Roma, 2000, pagg. 22-24

[3] vedi Paolo Smoglica cit., pag 123 il capitolo “Da Aromia alla Unione Genti d’Abruzzo”

[4] Gaetano Bonetta cit.

[5] AA.VV., Viaggiatori francesi in Abruzzo ‘800-‘900, Filippo Tommaso Marinetti,  Edizioni Vecchio Faggio, 1989, Chieti, pag. 221

[6] Volare!, catalogo della mostra omonima tenuta a Torino Officine grandi riparazioni, dall’aprile al novembre 2012, Annamaria Andreoli, pag.199.

 

[7] Ibidem

[8]         Ibidem.

[9]         Ibidem.

[10]       AA.VV., Storia dello sport abruzzese, edizioni Regione Abruzzo, Pescara 1988, pag. 187

[11]       Il Centro quotidiano dell’Abruzzo, Alessandro Mungo, venerdì 13 dicembre 1991, pag. 46

[12]       Luciano Russi, La democrazia dell’agonismo. Lo sport dalla secolarizzazione alla globalizzazione, pag. 160, edizioni Università La Sapienza 2007: “Da evento parentesi (la partita domenicale, i mondiali e le olimpiadi ogni quattro anni ecc.) lo sport mediatizzato diventa strumenti mediatico, l’attività fine a se stessa è diventata attività industriale. Non conta più l’evento ma solo il racconto dilatato (prima e dopo); protagonista non è più chi gioca, ma chi, per tutta la settimana, guarda. I novanta minuti o poco più di agone effettivo diventano se non marginali certo incapsulati dai riti e dai rumori multimediali e ripetitivi.

[13] Luciano Russi, La democrazia dell’agonismo, Ed. Università La Sapienza Roma, 2007, pag. 159

[14]       Ibidem

[15]       Luciano Russi, La democrazia dell’agonismo, Edizioni Università La Sapienza, Roma, 2007, pag. 160

[16]       Ivi, pag. 161

[17]       Luciano Russi, L’agonista, Esa, Pescara, 2008, pag. 50

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