Manzini: l’exploit di Schiavone? Non lo so

Lo scrittore si racconta attraverso D’Intino, Giallini e Camilleri

giallini - schiavonePESCARA – «Ogni successo, in fondo, è un malinteso», se lo andò ripetendo Ennio Flaiano, tornando a casa da solo dopo aver vinto con “Tempo di uccidere” la prima edizione del premio Strega. Il successo di Antonio Manzini e del suo Rocco Schiavone, se non è un malinteso, ci si avvicina molto. Nell’affollatissima sala convegni della pinacoteca Vittoria Colonna _ in occasione della prima edizione di “Pescara a luci gialle” _ lo scrittore romano ma di origini teatine ha tenuto banco per più di un’ora mettendo a nudo la sua lunga carriera di scrittore, sceneggiatore e attore (in ordine di importanza) senza lesinare battute con una punta di civetteria e di cinico realismo sull’industria letteraria.
Schiavone, scorretto ma umanissimo, è un po’ l’autore stesso (Flaubert insegna): «sono vissuto alla Garbatella, ho fatto lì il liceo e tra i miei compagni c’erano terroristi del Nar, spacciatori, qualche amico l’ho perso per overdose». Le disavventure del vicequestore romano trasferito per punizione fra i ghiacci di Aosta sono il terzo tentativo di raggiungere le librerie dopo “Sangue marcio”, edito da Fazi e ambientato all’Aquila e “La giostra dei criceti”, uscito nella collana Stile Libero di Einaudi e rieditato da Sellerio di recente con conseguente scalata delle classifiche, come gli capita oramai da “Pista nera”. «Stavo infognato nella scrittura dei serial sui poliziotti, per Mediaset e Rai. Un giorno espierò tutto questo, non so come ma accadrà. Sono quelle storie che hanno dialoghi del tipo “Mani in alto”, “sei circondato”, “arrenditi”. Mi telefonò Antonio Sellerio per dirmi che mi affidava al suo miglior editor per il libro che gli ho mandato. Ne avevo scritto+i tre di libri in quel periodo e non mi ricordavo neppure il titolo. Fatto sta che mi dà la notizia di voler pubblicare il primo Schiavone che avevo chiamato Chicco o Checco. Non gli piaceva il nome e così si giunse a Rocco. Qualche mese dopo mi arriva una nuova telefonata di Sellerio che mi annuncia che il libro è tra i primi 25 più venduti. Aveva sfondato ma  si era venuto a creare un problema, Sellerio ne voleva un altro su Rocco».

Come spiega l’immediato successo: «Non lo so spiegare». E qui si entra nel mare magnum della serialità applicata al romanzo e alla televisione che ha regalato risvolti esilaranti. «Lavoravo con altri sceneggiatori a un lavoro per la tv in dieci puntata. Ognuno di noi scriveva una puntata, io avevo la quinta. Da raccordo come capo sceneggiatore c’era Sandrone Dazieri. Scrissi il testo e quando glielo consegnai _ riguardava una poliziotta che si chiamava Federica  così come la puntata _ confessa seraficamente che c’è stato un equivoco e che Federica è morta nella terza puntata. Figurarsi o sconforto degli sceneggiatori che avevano equenze con Federica dalla quinta alla decima puntata. Tutti questi colleghi mi regalarono tutti i personaggi che gli stavano antipatici o che appesantivano la storia. Così ho scritto una puntata con tanti personaggi che dopo due sequenze scomparivano, venivano ammazzati, insomma erano liquidati. Ne venne fuori una puntata non-sense ma non ricevemmo proteste di alcun tipo,il che la dice lunga sul grado di attenzione del pubblico della tv generalista. Al di là di tutto ciò temevo il continuo rimando che bisogna fare per richiamare alcuni passaggi dei libri primi, mi preoccupavo di esser ridondante con chi aveva letto di Rocco fin dal primo libro ma mi rendevo conto che con un equilibrio non sempre facile da trovare dovevo inserire questi rimandi.: “Ah! Sono cazzi tuoi”. A parte la battuta, fu l’occasione di riprendere un legame che si era un po’ diradato alla fine della mia esperienza teatrale. Ora ci sentiamo molto più spesso che durante quella stagione».Non poteva mancare un accenno a D’Intino, il poliziotto originario di Chieti, particolarmente imbranato. «E’ venuto fuori all’improvviso, come spesso capita nella foga della scrittura. E’ proprio un cretino, lo farò morire in maniera goffa, assolutamente non eroica, magari si spara cadendo dalle scale».Romano De Marco, oltre che a provocare con le sue domande Manzini, ha pagine della saga Schiavone con D’Intino protagonista (quando bussa alla porta del vicequestore e non dice chi è e della  “Giostra dei criceti”. Un ultimissimo accenno a Marco Giallini, meraviglioso Schiavone su Rai2 («è un amico, ha centrato il personaggio, già a un precedente produttore avevo fatto il suo nome), la conferma di un ritorno del serial in tv nel 2018 e per i fans assatanati dall’attesa di nuove avventure c’è da aspettare fino a luglio quando uscirà il nuovo romnzo che si intitolerà “Pulvis et umbra”.

Paolo Smoglica

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