Il ritorno alla casa negletta

Le mura di Pescara, l’arco di mattone, la chiesa screpolata, la piazza con i suoi alberi patiti, l’angolo della mia casa negletta.

E’ la piccola patria. E’ sensibile qua e là come la mia pelle. Si ghiaccia in me, si scalda in me. Quel che è vecchio mi tocca, quel che è nuovo mi repugna. La mia angoscia porta tutta la sua gente e tutte le sue età.

Casa D'Annunzio - il vecchio pozzo

Casa D’Annunzio – il vecchio pozzo

La mia porta mi sembra più piccola. L’androne è umido e tacito come una cripta senza reliquie. Vacillo sul primo gradino della scala. Ho spavento del silenzio. Ho paura di vedere lassù le mie sorelle col capo velato. Un ragnatelo trema nell’inferriata che dà sulla corte. Odo chiocciare. Odo stridere la carrucola del pozzo. Il passato mi piomba addosso col rombo delle valanghe; mi curva, mi calca. Soffro la mia casa fino al tetto, fino al comigno, come se le avessi fatto le traature con le mie ossa, come se l’avessi scialbata col mio pallore.

Non c’è nessuno in cima alla scala. Comprendo. Quel silenzio è pietà e pudore. La sventura è su la seconda soglia, e sola mi accompagna per mano.

La prima stanza è deserta. La felicità di una volta non vi lasciò soltanto coltelli affilati per dilaniarmi.

La seconda stanza è deserta. Ci sono i libri della mia puerizia e della mia adolescenza. C’è il leggìo musicale del mio fratello emigrato. C’è il ritratto di mio padre fanciullo col cardellino posato sull’indice teso.

Ho vissuto tanti anni nella dimenticanza di queste cose; e queste cose possono rivivere così terribilmente in me?

La camera del poeta

La camera del poeta (ph G. Lattanzi)

Nella terza stanza c’è il mio letto bianco; c’è il vecchio armadio dipinto, con i suoi specchi appannati e maculati; c’è l’inginocchiatoio di noce dove mi sedevo in corruccio e rimanevo ammutolito, con un’ostinazione selvaggia, per non confessare che mi sentivo male.

Le ginocchia mi si rompono: e le partei mi prendono, mi vincolano a loro, mi girano come una ruota di tortura.

Nella quarta stanza c’è il piccolo Gesù di cera dentro la sua custoddia di cristallo; c’è la Madonna dalle sette spade, ci sono le immagini dei santi e le reliquie raccolte dalla sorella di mio padre santamente morta; e ci sono le mie prime preghiere, quelle del mattino così dolci, quelle della sera ancora più dolci, che per rientrare nel mio cuore mi sfondano il petto come se fossero divenute le armi dell’angelo implacabile.

Tre gradini salgono alla quinta stanza, come tre gradini d’altare.

E’ piena d’ombra, sotto la volta arcuata. Rimbomba. Il cuore batte le mura con l’urto cieco del destino. Il vasto letto la occupa, dove fui concepito e generato. Credo di udire dentro di me le grida di mia madre che, quando nacqui, non penetrarono le mie orecchie sigillate. L’odore indefinibile della malattia mi soffoca. Una mano mi tocca e mi fa trasalire. Una mano fredda mi piglia e mi trae verso la stanza sesta.

Camera da letto

Camera da letto (ph G. Lattanzi)

E’ la sesta stazione: il sudario della Veronica.

Una voce piena dice:«E’ là». Mi agghiaccia. La riconosco. E’ quella della serva ammirabile, della creatura fedele, nata dalle nostre glebe, allevata nella nostra casa, chiamata Maria.

E’ mia madre?

Una povera cosa curva, una cosa informe, una cosa di miseria e di pena, abbassata, umiliata, perduta.

E’ mia madre?

Mi trascino ai suoi piedi, striscio sul pavimento. Sono vuoto di tutto, fuorchè del terrore. Alzo la testa spasimando, come se mi si spezzasse una vertebra nel collo.

Alzo la testa e guardo.

Ritratto della madre (PH Giovanni Lattanzio)

Ritratto della madre (ph G. Lattanzi)

Guardo quel viso.

Bisognava che la sorte mi accecasse prima.

Non era così il viso del salvatore quando egli ebbe presa sopra di sé tutti i peccati del mondo?

Orribile, sublime, veramente con uno sguardo che non mi vede, che non mi riconosce, ostinato e fisso, dove l’amore non è se non tristezza senza nome, tristezza sino alla morte e di là dalla morte.

Una povera creatura avvilita, percossa, sfigurata, e non so che spaventosa grandezza in cui entro come in un luogo pio e tremendo, come nel mio sacrifizio stesso.

Sono come il suo prigioniero atterrito. Imprigionata in lei la mia anima mi fissa dalla profondità delle quelle ignote pupille.

E l’umile donna della terra nomina il mio nome, ripete il mio nome a quell’orecchio sempre più inclinato.

E allora le due mani si levano in su le ginocchia. Tutta la vita s’arresta, perde colore, non è più niente.

C’è dunque qualcosa che può farmi più male di quello sguardo senza lume?

C’è la bocca che non ha più bellezza, che non ha più dolcezza., che non ha più forma umana, che non ha più suono umano..

Le due palme s’abbattono sul mio capo pesanti come se fossero esangui ed esanimi. E la bocca vuol dire il mio nome, ma non ha se non mugolìo fioco.

E io sono vuoto anche del mio terrore. Non ho più senso. Conosco una morte che forse nessun altro figliuolo di donna potrà mai conoscere.

Gabriele d’Annunzio

da: Notturno, Treves editore,  1921

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