Parlare al silenzio. Le vite di Petronilla Paolini Massimi

Ci sono personaggi al di là dei parametri temporali, che ci parlano con le loro parole dense e moderne, e si dimentica se appartengano al nostro tempo, o sono nati in altre realtà storiche.

Petronilla Paolini MassimiUno di questi è Petronilla, tre secoli ci separano da lei, eppure leggiamo con commozione e coinvolgimento le vicende della sua vita, raccontate in presa diretta dalla sua stessa voce; tre secoli, e già troviamo una consapevolezza del suo ruolo di donna autonoma, cosciente dei propri talenti. È lei che vuole parlarci di ciò che la portò a essere quel che era, non lasciandosi trasportare dagli eventi, ma opponendosi con orgoglio e caparbia all’«avversa sorte», che beffarda si diverte a sommergerla. È lei a testimoniare i fatti, col vigore e l’incisività di una scrittrice moderna, in quella Prima canzone ad un illustre amico, che fortunatamente è scampata al naufragio delle carte della poetessa, dopo la sua morte. In questi versi, troviamo il suo amore infelice, la fuga in convento, la perdita dei figli, il riscatto attraverso la poesia. Eppure il mattino dei suoi giorni era stato solare: una famiglia affettuosa, uno status sociale elevato, gli agi della ricchezza, una precoce intelligenza. Petronilla è ricordata come la «poetessa di Roma»; in realtà nasce a Tagliacozzo il 24 dicembre del 1663, alla vigilia di Natale, sotto le stelle fredde del Capricorno come in una favola. Come in una favola vive da primogenita in un castello, prima a Magliano dei Marsi, poi a Ortona, e i suoi genitori sono nobili: Francesco Paolini, barone di Ortona dei Marsi e gentiluomo dei Colonna, uomo di vasta cultura ed esperto politico, brillante, dinamico, sempre in giro per affari; e Silvia Argoli, originaria di Tagliacozzo, più pensosa e introversa, amante della solitudine. Qui vive i suoi primi anni, forse i più sereni, nella Marsica selvaggia, sotto l’ombra tondeggiante del monte Arunzo e quella più severa e aspra del monte Bove, alle rive del fiume Imele. È qui che tornerà in visita con i figli a distanza di anni in commosso pellegrinaggio…

Tagliacozzo

Tagliacozzo

Poi un evento che darà una svolta alla sua esistenza: la morte del padre, in un agguato organizzato forse dai parenti della madre, come ci dirà Petronilla in un componimento successivo. Tu sai che i lumi appena Apersi al dì, io m’incontrai dolente Coll’aspetto crudel d’avversa sorte, E con adulta pena In pargoletta età vidi Repente fin sulla cuna mia scherzar la Morte. D’un tratto, la ricchezza e la tranquillità precedenti, diventano calamità: Petronilla ha quattro anni, ama già la poesia e il canto, ma ha la sventura di essere una bambina molto ricca, soggetta alle invidie dei parenti, che addirittura, ci racconta, tentano di avvelenarla. Accanto ha la madre, sensibile come lei, ma a differenza della figlia troppo debole e rassegnata; dopo la morte del marito la sua natura solitaria ha il sopravvento, desidera chiudersi in un convento; la bambina si trasferisce nel 1667 a Roma, lontano dalle invidie parentali, a studiare in collegio presso il monastero dello Spirito Santo, meglio conosciuto come Sant’Egidio, vicino al Foro Traiano. L’accompagna la madre, e uno zio paterno che si prenderà parte del suo patrimonio. Per Petronilla sarà come un esilio, l’inizio di una nuova vita, lontano dal piccolo paese addossato ai monti. L’attende la Roma barocca e vivace, in cui si muovevano Gian Lorenzo Bernini, Pietro da Cortona, la principessa Cristina di Svezia. Lei è una bambina estroversa e sana, che ama la vita e lo studio, e anche la grande città non riesce a soffocare la sua esuberanza; la sua bellezza e intelligenza, e in più la ricca dote, non passano inosservate neanche qui, tra gli «ingordi desiri» della nobiltà romana. Petronilla ricorda con tenerezza le mura silenziose dei suoi anni di studio, l’amore per le opere del Tasso che impara a memoria, e i suoi primi componimenti poetici che tempo dopo, ormai adulta, rileggerà con commozione. Ma qualche centinaio di chilometri di distanza non bastano a proteggerla dall’invidia e dalle cupidigie, e la protezione del pontefice Clemente X, che la ha in simpatia, si trasforma in condanna; il papa, nel 1673 chiede alla madre di darla in sposa a un suo collaboratore e cugino, Francesco Massimi di Aracoeli, marchese di Ortona e Carreto, vicecastellano di Castel Sant’Angelo, generale pontificio, che ha quasi trent’anni più di lei. La madre, dalle mura del convento, appigliata alla sua vita spirituale, malata di fatalismo, dà il consenso. Sempre nella Prima Canzone, con parole cariche di orrore, Petronilla parla dell’Aprile della sua vita, che viene congiunto alla «strana età senile» del principe Francesco Massimi. Il papa interviene in favore del cugino con una dispensa ob defectum aetatis per la futura moglie, che rende il matrimonio legittimo. Le nozze si celebrano nella cappella del monastero, l’8 novembre 1673.

Painted Wall Decoration for Palazzo Massimo all'Aracoeli

Decoration per Palazzo Massimo all’Aracoeli

Petronilla, che ha solo dieci anni, si ferma ancora per un po’ qui, al fianco della madre. Poi, nel 1675, si trasferisce a palazzo Massimi in Ara Coeli, sotto la tutela della vecchia cognata di Francesco. Infine, nel 1678, raggiunge il marito a Castel Sant’Angelo, al tempo adibito a carcere e dimora delle guardie pontificie. Sarà questo il secondo episodio traumatico nella vita di Petronilla, l’inizio della sua terza vita. Infatti, dopo la curiosità e l’entusiasmo infantile per un matrimonio con un personaggio importante e coraggioso, cugino del pontefice, sopraggiunge subito la delusione, e infine il «dolore intenso». Sono anni di proibizioni, divieti, rigore militaresco da parte di Francesco, quarantenne più abituato ai campi di battaglia che all’universo interiore di una sposa-bambina, anni di mortificazione delle sue passioni per l’arte e la letteratura. A diciannove anni, Petronilla si ritrova con tre figli, Angelo, Domenico ed Emilio; soffocata da brutalità segrete coperte dall’ipocrisia del «fasto apparente» di Castel Sant’Angelo; e con la cocente delusione della perdita della cosa che ha più a cuore: la scrittura. Rinchiusa in una stanza angusta in cui il cielo a portata di mano non dava molta consolazione, come ci racconta con ammirabile ironia, trascorre mesi di sfumata prigione, con le finestre chiodate a coprirgli il sole, e, dato che il divieto di scrivere non è sufficiente, il sequestro di penna e calamaio. A volte, ci dice, solo il canto viene a darle conforto nel corso di quelle lunghe giornate di solitudine.

Non sappiamo cosa spinse Francesco a tanto sadismo, forse la paura di trovarsi davanti a un essere speciale, fuori dei canoni consueti dell’epoca. Ma Petronilla non era nata per rimanere una donna comune, legata agli stereotipi di moglie obbediente e madre oblativa. Ha la consapevolezza di una sua forza e capacità di sfida, il bisogno di affermare il proprio talento, ereditati dal padre. E allora, arriva a fare quello che altre ragazze, nella sua condizione, avevano magari fantasticato, ma per dimenticarlo subito dopo con imbarazzo: fugge dal «chiuso orrore» del palazzo, abbandonando il marito, e i figli, in cui già teme di vedere la somiglianza col padre, e si rifugia nel collegio della sua infanzia dove ritrova la madre. È il 1690, Petronilla ha ventisette anni. Ce la immaginiamo mentre arriva disperata alle porte del convento, supplicando ospitalità, consapevole di quello che si lasciava al di là di quel portone: disapprovazione da parte di molti, e, pena molto peggiore, la separazione dai figli. Qui in convento sperimenta la povertà data dalla dipendenza economica dal marito che non vuole cederle parte della dote; e apprenderà anche della morta del figlio adolescente Domenico, nel 1694, senza che le sia concesso di riabbracciarlo un’ultima volta. Questo pensiero deve averla angosciata, «ho fatto qualcosa che ripugna anche agli animali», «l’abominio peggiore», ci dice, ma in gioco c’era il tradimento di se stessa, e della sua passione, la scrittura. Al riparo del chiostro, inizia lo studio delle lingue straniere (oltre al latino, francese e spagnolo) e della filosofia; inoltre può riprendere a scrivere, è una nuova nascita, e Petronilla ormai ha capito che questo sarà il suo riscatto, la sua arma contro il destino perverso: «Io scrivo, scrivo sul serio. Imprimo me stessa sulla carta. Scrivo per liberarmi, per essere. E per scrivere sono disposta a tutto». Ma questo non le basta, lei aspira a un altro riconoscimento da parte del mondo, quello di soggetto economicamente autonomo; così, intenta una causa presso la Sacra Rota contro il marito, per la «separazione di letto», in modo da riavere la sua dote. Lotterà a lungo, e alla fine in tribunale sarà vittima di una giustizia maschile, che le rimprovera la sua fuga e l’abbandono dei figli. Unico riconoscimento alle sue ragioni, la possibilità di rimanere a vivere in convento. Ma il suo orgoglio è vincitore. Lei stessa, nella seconda Canzone, dice: «Il mio martir disfido; / l’affronto e il vinco». Tanto più che nel frattempo altri successi sono giunti a consolarla: Petronilla nel 1698 è ammessa in Arcadia, tra i grandi poeti dell’epoca, con il nome di Fidalma Partenide. «Fidalma» come la radiografia della sua anima fedele che, malgrado tutto, non cade nello sconforto. «Partenide» come la purezza interiore, la verginità di spirito che conserva durante la battaglia. È il suo riscatto, il lasciapassare in una comunità di gente che parla la sua lingua, e ascolta con rispetto i suoi pensieri. Il Crescimbeni e il Muratori la lodano. Inizia una corrispondenza serrata con il Metastasio. Viene accostata a Ovidio, suo conterraneo, per la capacità di improvvisare versi. Anche altre Accademie la notano: gli Infecondi di Roma, gli Intronati di Siena, gli Invigoriti di Foligno, gli Oscuri della Pergola, e gli Insensati di Perugia richiedono la sua presenza. Spesso si rimprovera agli Arcadi di essere leziosi e frivoli negli affreschi dei loro boschi abitati da pastori colti e malinconici. Petronilla, anche in questo ambiente, non segue la corrente: le sue poesie sono attraversate dal brivido della verità e dell’ispirazione, è la sua vita, con il dramma che la percorre, a comparire in esse: «un’arcade irregolare nel tessuto delle accademie», come la definisce Michela Volante. L’uso di elementi autobiografici, fatto insolito per l’epoca, sono piegati in chiave di denuncia sociale, in cui rintracciamo una sensibilità femminista ante litteram. Non solo, c’è anche un ideale classico della poesia, come strumento per superare l’oblio, e rimanere eterni. Il dramma, la beffa della sorte sì, ma anche la sua caparbia e ostinazione, il non arrendersi al destino. Perché, come lei è ben consapevole, «non va per via fiorita anima grande, /ma fia che molti e vari mostri affronti».

Petronilla Paolini Massimo

Petronilla Paolini Massimo

E alla fine la sorte si stanca dei suoi scherzi, e le concede un piccolo dono: suo marito muore, nel 1707 a Ferrara, dove si era recato con i due figli a guidare le truppe di difesa presso i confini dello Stato pontifico. In punto di morte scrive persino alla moglie, chiedendole perdono per le sofferenze che le aveva procurato. Il perdono arriva, in una lettera di risposta che non fu mai aperta. Ora Petronilla può finalmente lasciare il monastero e trasferirsi con l’anziana madre a palazzo Massimi, all’Ara Coeli, rientrando in possesso delsuo patrimonio e della sua libertà; può riabbracciare finalmente i figli dopo un’attesa di dieci anni. È l’inizio della sua quarta vita, e di una fase nuovamente positiva in cui frequenta i salotti letterari della capitale, e apre il suo palazzo agli incontri dei poeti arcadi. Tuttavia, le resta la nostalgia della calma dei chiostri, che la spinge a condurre, anche ora, una vita sobria, dedita allo studio, alla scrittura, alla preghiera. Nel 1709, un viaggio nella Marsica, una sorta di percorso a ritroso del salmone, alla ricerca dei luoghi della sua infanzia. Visita Sulmona, Tagliacozzo e Magliano, che le ispirano dei versi. E poi, nel 1715, la morte della madre, unico vero affetto della sua vita, cui seguono mesi di sconforto, accompagnati dalla consapevolezza della giovinezza perduta e dell’amore inespresso, il gelo della sua anima, «l’avidità di palma» che ha preso il posto della sua sensibilità. Sarà per questo, per la disillusione della sposa-bambina, che sappiamo di una sua disputa in Arcadia, assieme a un’altra donna, Anna Maratti Zappi; la nostra Petronilla sostenne a lungo la tesi che l’amore non perfezioni l’animo umano. Alla fine, dopo ore di dibattito, si giunse alla conclusione che solo un tipo di amore, quello intellettuale, e non quello sensuale, possono migliorarlo. I molti versi di Petronilla, scritti fin dall’età dei diciotto anni, rimasero per lo più inediti, alcuni apparvero in miscellanee allora di moda, altri infine andarono perduti per l’incuria degli eredi. Di lei abbiamo anche cinque oratori sacri e due drammi per musica, intitolati La donna illustre e Temira. Queste sono le vite della piccola marchesa della Marsica, della sposa-bambina nella capitale subdola dei complotti, della moglie che abbandona il tetto coniugale, della «poetessa di Roma». Ma Petronilla ha altre vite, per esempio quella che viene fuori dal quadro commosso e vivo che ce ne fa un suo amico, anch’esso all’interno dell’Arcadia, Pietro Antonio Corsignani; o la sua riscoperta in tempi recenti, prima da parte di Benedetto Croce che nel 1948 le dedica un saggio monografico; poi, negli ultimi anni, nell’ambito degli Studi di genere e di Storia delle donne, per la sua intuizione precoce sulla collocazione femminile inuna società organizzata per privilegiare i diritti maschili. E poi c’è la vita di Petronilla che ancora non conosciamo, perché molta della sua corrispondenza e dei suoi scritti sono andati perduti, o perché lei, per pudore, nei suoi versi, ha deciso di tenercela nascosta. Passeggiando per le strade di Roma, faccio una sosta lì dove Petronilla decise di essere sepolta, nel tempio di Sant’ Egidio in Trastevere; aveva sessantadue anni quando muore per una «infiammazione di petto», il 3 marzo del 1726; anche in quest’ultima scelta, volle mostrare la sua personalità: rifiutando riti sfarzosi adatti al suo status, andò in cerca di quella pace interiore e semplicità che aveva inseguito tutta la vita, e scelse nel testamento un rito monacale, a piedi nudi, con il saio e il soggolo proprio delle religiose teresiane. Furono i figli Angelo ed Emilio a incaricare l’amico di famiglia e ammiratore della poetessa, di scrivere l’epitaffio per la lapide che possiamo leggere ancora. Mentre scorro le parole del Corsignani, mi viene da pensare che Petronilla fa parte di quelle donne che si isolano volontariamente, vengono a patti con la propria solitudine, si spogliano della vita sociale conservando solo l’arma della scrittura, per riappropriarsi di se stesse; come Emily Brontë, Virginia Wolf, Emily Dickinson, o Sylvia Plath. Osservo il monumento funebre, e il suo ritratto che ce la mostra bellissima e fiera; uno dei pochi giunti fino a noi, a riferirci da tre secoli, il suo amore per la poesia, per l’intelligenza, e per la vita.

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Parlare al silenzio. Le vite di Petronilla Paolini Massimi
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Le molte vite di Petronilla Paolini Massimi donna orgogliosa e caparbia e scrittrice ammessa in Arcadia .
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