Il viaggio nel paese dei miracoli

Curzio Malaparte racconta la Pescara degli anni Cinquanta

[1 settembre 1955]

Curzio Malaparte

Curzio Malaparte

Tornavo l’altra notte da Pescara a Pesaro, lungo quella riva orientale d’Italia che è senza dubbio fra le più serene rive del mondo. Non ero più stato a Pescara da molti anni, e quella che trent’anni or sono era una cittadina assopita nella quiete verde dell’Adriatico, nulla più di un grosso borgo marinaro, m’è questa volta apparsa viva, feconda di opere e di industrie, ordinata in un’architettura urbana ampia e distesa, ricca di spirito moderno, d’intelligenza aperta e chiara. Dove un tempo erano una riva deserta, una pineta selvatica, una semplice famiglia di case addormentate nell’antica pigrizia, ho trovato una città modernissima, del carattere di quelle nuove città delle rive del Pacifico. Un miracolo, quando si pensi che questa febbre di vita è comune non soltanto a Pescara ma a tutta la sponda adriatica da Ortona a Ravenna, dove la guerra aveva tutto distrutto, sconvolto, umiliato. Che pianto, queste città e questi paesi, nel 1945! Nel recarmi, il giorno innanzi, da Rimini a Pescara, ero trascorso di meraviglia in meraviglia, scoprendo di quale straordinaria forza vitale siano ricche le popolazioni della Romagna, delle Marche, degli Abruzzi. E l’altra notte, risalendo da Pescara a Pesaro, il mio viaggio s’è mutato in una specie d’itinerario sentimentale, attraverso alcuni fra i luoghi più sacri alla poesia e all’arte, di cui è felice l’Italia. Un viaggio, vorrei dire, da D’Annunzio a Leopardi, dal Sangallo, dal Bramante e da Raffaello a Gioacchino Rossini.
Nasceva l’alba dal mare, quando lasciai Pescara; e l’alba faceva risorgere ai miei occhi, nella incertezza del disegno, nella trasparenza lattea dell’aria, nel color di antico argento della luce, il paese di Gabriele qual era al tempo delle Novelle della Pescara: risorgeva davanti a me il mare sereno, sparso di vele, la folta pineta ancora intrisa d’ombra notturna, e là in fondo le montagne di Abruzzo, cui sovrastava un temporale rotto da lampi verdi e gialli, gonfio di nere nuvole, dove l’occhio di D’Annunzio giovane vedeva il turchino, e l’oro, e il verde, che non le gamme dei neri nella pittura bizantina. Fra Pescara e Roseto era tutto un trionfo di vigne e di fiori purpurei, che il labbro del mare tentava con delicato affetto. E di mano in mano che progredivo sulla strada fiancheggiata di siepi fiorite d’oleandri, fra il mare e le montagne, l’alba invadeva il cielo orientale con la sua luce argentea, venata di riflessi verdi: per la prima volta capivo di dove nasceva la predilezione di Gabriele D’Annunzio per le ore crepuscolari, per quei paesi immaginarii, remoti nella memoria dell’infanzia, che egli ritrovava a Prato, in Grecia, a Settignano, ad Archachon, nell’Isola di Francia, sulle rive del Garda. Qui, in quell’ora, in quella luce, in quel paesaggio, era la radice del segreto mondo dannunziano dei primi versi, delle prime prose, e delle ultime pagine delle Faville, della Leda, del Notturno. Né più stupivo che D’Annunzio avesse scelto di morire sulle rive del Garda, sorelle delle rive dell’Adriatico. La sua patria, più che nei luoghi era nell’ora, nella luce: la sua patria era l’infanzia, la sua infanzia a Pescara. La sua patria era l’alba sulle rive dell’Adriatico.
Quel mio viaggio mi appariva come una progressione attraverso la poesia italiana da D’Annunzio a Leopardi, un lento penetrare, dal paese delle Novelle della Pescara, in quello leopardiano delle liriche e dello Zibaldone. Insensibilmente, dal ricco, profondo, maturo verde della campagna abruzzese, mi inoltravo nel tenero ondeggiar di grigi e di turchini della campagna marchigiana. L’ombra della Maiella si dissolveva a poco a poco in un luminoso orizzonte di colli e di piagge. La Maiella, nella poesia di D’Annunzio, è sangue, latte, fiumi di pecore bianche, odio, veleno, amore: è tutto il fato greco trasferito dai monti della Focide, da Tebe, da Delfi, dalla selva di Itea, dal Citerione, dalla reggia di Edipo, da Micene, da Argo, a questa immensa cerchia di monti dove Gabriele giovane ritrovava la parentela segreta fra il serpe della Maiella e il serpe di Delfi.
Ed ecco a un tratto, sugli argentei poggi, appena passato San Benedetto del Tronto, sovrastare le grandi nuvole bianche che inspirarono le cupole del Sangallo e del Bramante, architetti di curvi cieli, di concave nubi, di colline lievitanti all’orizzonte. L’alba è ormai chiara: ma nel cielo del color del latte io cerco invano il presentimento del sole. Par che il sole sia spento, lontano, chi sa dove, di là dal mare, che il sole sia morto, che sia, questa, l’ultima alba del mondo, di un mondo dove la luce sia non l’annunzio, ma il ricordo del sole. Non diversa è l’alba nella poesia di Leopardi: una memoria del sole. Perfin le voci son quelle: su quei sentieri, su quelle siepi, su quegli ermi colli. Finché, tra Recanati e Loreto, m’appaiono le venditrici di frutta e di verdura, ferme con i loro carretti davanti alle porte delle case, sulle soglie dei villaggi: le massaie spettinate, dagli occhi pieni ancora di sonno, muovono dall’ombra tiepida dei portici verso il trionfo dei grappoli d’uva, dei pomodori, delle lattughe, delle pesche, e han voci remote, segrete, voci che salgono dai fiumi del sogno, dai laghi della memoria, come in Leopardi, come in Rossini, le stesse voci del Sangallo e del Bramante ripetute dagli echi delle cupole ancora ingombre di impalcature di legno, di trapezi di corda. A Fano, su un muro verde e grigio, la prima macchia di sole. E a Pesaro il grido di un pescivendolo mi accoglie come la voce di Rossini sulla soglia delle sue piazze di tela dipinta, dove donne innamorate svegliano col canto il mattino addormentato nelle braccia dell’amore.
(*) tratto da
Curzio Malaparte, Battibecchi, a cura di Enrico Nassi; Firenze, Shakespeare and Company / Florentia, 1993, pp. 239-42.

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